Se ne è accorta anche la Fondazione Agnelli che ha di recente pubblicato uno studio sulla mobilità dei docenti e dove la discontinuità didattica è definita “una delle più vistose patologie della scuola italiana”, con effetti negativi sul rendimento degli studenti. Lo studio esamina tutti i casi di trasferimento degli insegnanti, rilevando che la mobilità dei docenti è ‘la’ causa della discontinuità didattica. Si arriva ad identificare il tasso di mobilità con il tasso di discontinuità didattica d’istituto tout court. La cura per questa patologia consiste, secondo i curatori della ricerca, nell’adottare strategie per disincentivare gli insegnanti alla mobilità o meglio per incentivarli a restare all’interno di un istituto, attivando “meccanismi che favoriscano il più possibile l’incontro fra domanda e offerta d’insegnanti” (p. 8) e introducendo anche differenze salariali; il paragrafo finale dello studio ha un titolo combattivo ed eloquente: “Per la continuità didattica: cambiare i meccanismi di carriera, abolire le graduatorie”.
Ma è proprio vero che la mobilità dei docenti è la sola causa di discontinuità? Che dire allora dei casi in cui una classe perde il proprio insegnante il quale però resta nello stesso istituto ma viene assegnato ad altre classi? È quello che è successo quest’anno nella maggior parte delle scuole. Perché la continuità didattica non è minacciata soltanto dai trasferimenti ma da altre cause, molte delle quali sono l’effetto delle novità introdotte quest’anno da quell’insieme di provvedimenti che vanno sotto il nome di riforma Gelmini. Si pensi, per la scuola elementare, a quello che è successo con la scomparsa del sistema dei moduli e con l’introduzione di un maestro prevalente: se lo scorso anno una classe aveva tre insegnanti che coprivano il monte ore settimanale, quest’anno avrà un maestro prevalente per 22 ore e una serie di altri insegnanti, tra i quali non è affatto detto che ci siano quelli dell’anno precedente, per le ore restanti; la continuità didattica è di fatto interrotta e lo sarà tutti gli anni, almeno per quanto riguarda i maestri che ruotano intorno a quello prevalente. Per quanto riguarda la scuola secondaria di primo e secondo grado è invece il passaggio di tutte le cattedre a 18 ore di lezione a creare un principio costante di discontinuità. Infatti, il monte ore delle discipline varia di anno in anno secondo un quadro orario basato su criteri didattici, e non è detto che la somma delle ore di lezione svolte da un insegnante nelle varie classi sia sempre pari a 18. Se l’unico criterio valido è quello di far sì che questo conto torni, è evidente che ogni anno il criterio di assegnazione delle classi ai docenti non sarà quello della continuità ma quello dell’incastro ottimale che permetta di totalizzare le fatidiche 18 ore.
Inoltre, secondo la Fondazione Agnelli, le motivazioni della mobilità sarebbero eminentemente elettive. È introdotto, en passant, il concetto di mobilità obbligatoria, ma quest’ultimo non viene spiegato, come invece si fa per la mobilità volontaria. E’ notevole che la Fondazione Agnelli, volendo interpretare i dati in vista delle motivazioni al trasferimento eviti, prima, di scorporare dalla massa indistinta alcune delle domande: quelle “coatte” appunto. Sarebbe veramente interessante ai fini della ricerca non confondere le cause con gli effetti e non presumere che la maggior parte delle domande siano volontarie. Le motivazioni dei trasferimenti dei docenti di ruolo includono sia i casi di mobilità volontaria che quelli di mobilità indotta. Infatti, oltre ai docenti di nuova nomina, che il primo anno di ruolo sono obbligati a fare domanda di trasferimento, sono costretti a fare lo stesso, e non verso sedi ‘gradite’, ma verso le uniche disponibili, o presunte tali e senza nessuna certezza di essere soddisfatti, anche tutti quei docenti sovrannumerari, detti anche “perdenti posto”, che lo studio non nomina affatto. Né può bastare un semplice accenno alle inerzie e ai meccanismi del sistema scolastico. Quest’anno le domande indotte sono aumentate e non per scelta dei docenti ma per effetto dei provvedimenti legati al contenimento di spesa previsto nell’art. 64 della legge 133/2008: riduzione degli organici, cattedre a 18 ore, maestro prevalente, riduzione del tempo scuola, aumento del numero di alunni per classe…
La ministra Gelmini si pone nella stessa linea della ricerca della Fondazione Agnelli quando dice: “Interverrò sulla mobilità territoriale e professionale del personale di ruolo con opportune limitazioni temporali e intendo dare la possibilità ai dirigenti scolastici di confermare per più anni nella stessa sede il personale non di ruolo che ha ben operato, in modo da ridurre la girandola delle cattedre. In troppi casi e per troppi anni le logiche di tutela delle garanzie del personale hanno preceduto di fatto il diritto degli studenti e le esigenze di efficienza del sistema”. Questa affermazione non appare coerente con il principio del maestro prevalente o delle 18 ore. Se da un lato alcuni insegnanti -quelli non costretti dalla mobilità coatta a cambiare scuola- potranno beneficiare di una qualche forma di continuità didattica, molti altri insegnanti ruoteranno col solo obiettivo di totalizzare le fatidiche 18 o 22 ore, con buona pace della continuità didattica.
Nella nostra esperienza quotidiana, il diritto degli studenti e il diritto dei docenti sono dalla stessa parte, dalla parte della scuola pubblica, e la discontinuità è il frutto di alcune decisioni prese proprio dalla ministra che si erge a paladina della continuità. Di fronte ai cambiamenti in corso nella scuola italiana, sentiamo l’esigenza di una riflessione che parta dalla realtà che si è determinata in questi ultimi anni, e provi a ricostruire un sistema di valori al cui centro ci sia un’idea di scuola come ‘lo’ spazio di crescita della società, esercitando una critica radicale all’idea di scuola subalterna, aziendale e nemica della cultura come quella che si sta avanzando.
Simona Luciani
Maria Cristina Zerbino
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